Melinda e Melinda di Woody Allen: ridere con filosofia

Nel nuovo film di Woody Allen, maschere comiche e maschere drammatiche si alternano pur incentrandosi su un medesimo personaggio, la Melinda del titolo. Le cui vicende vengono sdoppiate, per pura scansione intellettuale, da parte di un commediografo e un drammaturgo che nell’incipit della pellicola danno avvio ad uno stimolante confronto di interpretazioni e sensibilità apparentemente contrapposte. In tal modo, l’autore newyorkese, sin dall’inizio del film, svela un sottile gioco di enigmi filosofici sui quali noi spettatori siamo invitati a riflettere tra battute fulminanti e acute autoanalisi dei protagonisti.

Tali interrogativi vertono sul dilemma interpretativo tra risvolti comici e drammatici legati ad una stessa vicenda. Ma dov’è che si esaurisce il primo e si innesca il secondo? Sembra chiederci l’autore. E perché ognuno di noi predilige la traduzione di un fatto in un senso o nell’altro? E infine, esiste un canone per definire il dramma, o almeno una sua traduzione ermeneutica che lo scinda chiaramente dagli altri generi?

Per cercare di rispondere almeno ad una parte di questi interrogativi, tutt’altro che semplici, il buon Aristotele ci viene incontro definendo drama (dal greco drao, agisco): l’azione scenica in cui i personaggi hanno un acceso contrasto tra loro. Solo con il Settecento, ma soprattutto con l’Ottocento, il dramma cambierà fisionomia, venendo sequestrato e reclutato dalla borghesia per trasferirvi, in un genere teatrale ad hoc, i problemi della società vissuti da dei soggetti comuni, con la classe privilegiata che in pratica vi ritroverà se stessa. Un’autocelebrazione molto simile a quella impiegata da Allen in “Melinda e Melinda”, e in tanti suoi film precedenti, dove è l’alta borghesia statunitense a vivere le proprie contraddizioni. Con la variante di non affrontare i temi alti della società, bensì l’insicurezza del cittadino più globalizzato del mondo, quello di New York, alle prese con le nevrosi e i drammi esistenziali che se di bassa lega portano dritti dritti ad una loro lettura ironicamente sferzante. Come dire che il dramma, oggi, è insito sì nell’insicurezza globale (terrorismo, guerre, stragi), ma la sua traduzione individuale, nel campo delle frustrazioni personali, porta a dei tic talmente umoristici che non possiamo che riderci sopra, almeno nella visione alleniana.

Una summa che, dal punto di vista formale, Woody Allen ci propone molto spesso in location o scenografie di interni, in un’atmosfera, perciò, già incline ad un adattamento teatrale e con vari accenti claustrofobici alla Ibsen. Correlazione che non mi è venuta in mente alla conferenza stampa del film svoltasi all’Hotel Hassler di Roma, ma dove al regista ho chiesto il perché in “Melinda e Melinda” avesse scelto di stare dietro alla macchina da presa invece che in veste d’attore, visto che il personaggio di Hobie rispecchia le sue battute. E se tale scelta solo registica è da considerarsi definitiva o solamente occasionale. «In futuro non ho alcuna intenzione di dedicarmi solo alla regia» ha replicato Allen «ma in questo film, come nel prossimo (Matchpoint n.d.r) non c’erano personaggi che si adattassero alla mia età: l’anno prossimo compirò settant’anni e davvero non me la sento di fare come Martha Graham, che continuò a ballare sino a 90 anni!».

Allen, insomma, se l’è cavata con il suo solito spirito ed una battuta. Dimenticando il fatto che egli è anche autore della sceneggiatura di questo e del prossimo film, per cui la sua non presenza come attore suona come una curiosa autoesclusione. Viene da chiedersene il perché. Una temporanea stanchezza dovuta all’età? La precisa volontà di dar spazio a dei giovani attori? Difficile dirlo. Sta di fatto che Will Ferrel, interpretando Hobie in “Melinda e Melinda”, fa di tutto per essere l’alter ego di Allen, alle volte riuscendovi, ma spesso recitando sopra le righe con brani da sit-com che si distaccano troppo fortemente dallo stile di sofisticata commedia pensata dall’autore. Ed è in quei momenti che l’assenza di Allen attore si avverte con maggior peso. Per contro, Radha Mitchell, nei panni di Melinda, è assolutamente perfetta sia in versione drammatica che nelle fasi di comicità involontaria. Il suo modo di recitare, sensibile ed espressivo, malinconico e a tratti brillante, è il miglior compendio di questo Allen riflessivo, cinematograficamente euristico, estremamente maturo, ma sempre sempre spiritosissimo.