Carmelo Bene, lite tra l’ultima moglie Raffaella Baracchi e la convivente

0
20
fb-share-icon20

Carmelo Bene amava specchiarsi in quel ritratto al carboncino disegnatogli da Tirinnanzi, «era appeso nell’ingresso prima di entrare nella sala di casa nostra in via Aventina», dice Raffaella Baracchi, madre di Salomè, l’unica figlia dell’attore-regista scomparso nel 2002. Il disegno è una delle tredici opere che la vedova Bene vuole riavere da Luisa Viglietti, l’ultima convivente di Carmelo e tuttora residente in uno dei tre appartamenti di cui ha avuto «il diritto di abitazione».

E’ finita in tribunale la guerra sull’eredità, con la Viglietti citata a giudizio dal pm Fabio Santoni per furto aggravato e continuato.

Ieri s’ è iniziato il processo. In ballo c’è un tesoretto di alcuni milioni di euro. Raffaella Baracchi, torinese, Miss Italia nel 1983 e attrice, è un vulcano di ricordi: «Eravamo, a Firenze, innamoratissimi, quando mi regalò “Le mille e una notte” di Salvador Dalì. Mi chiamava Shahrazàd». Fu una notte da 300 milioni di lire, delle lire di allora, fine anni ottanta (la relazione durò dal 1988 al ‘92).

Dunque: un disegno di Tirinnanzi, una crosta di Dalì, tre De Chirico (Il sole in una stanza, Cavalli, Pesche “Ah, quanto gli piacevano”), una scultura di Arturo Martini, c’è anche un dipinto di Vasiliy Kandinskij tra le 13 opere scomparse da casa Bene.

«Ed è quello di cui ho memoria certa, perchè gli oggetti d’arte erano davvero tanti», aggiunge la Baracchi, che, per conto della figlia, con l’avvocato Luca Ciaglia si è costituita parte civile.

Raffaella Baracchi oggi

«Lo faccio per Salomè. Ciò che aveva il padre è suo», ripete l’ex miss Italia. Salomè ha 15 anni, ha frequentato elementari e medie a Torino, coi nonni materni, ora vive a Roma con la madre e fa il liceo.

E la Viglietti? Davanti al pm si era avvalsa della facoltà di non rispondere: «Di quelle opere non sa nulla, la mia assistita – annuncia il legale, Fabio Viglione -, che può dire? E’ del tutto estranea ai fatti contestatigli. Siamo sereni». Il 20 novembre saranno ascoltati i testimoni.

0
20
fb-share-icon20

1 thought on “Carmelo Bene, lite tra l’ultima moglie Raffaella Baracchi e la convivente

  1. (a C.B., in punto di morte,
    ore 21,09 del 16 marzo 2002)

    Requiem per Carmelo Bene

    Mi nutrirono di lacrime i nitriti dopo il crepuscolo
    quando l’Immortalità si fermò alla stazione del Nulla,
    nella notte che una maschera e la gloria uscirono di senno
    si mutò in rantolo di carne, come il Verbo, il tuo sguardo.

    Fu l’abbecedario di una malattia moresca
    a tradurre la lucciola libertina in notte eretica,
    i nerastri cantici dei tuoi occhi in raccapricci di cera,
    il pianto equino di una bambino nella cripta.

    Smoccola il cielo, ossa!

    Ti sei bardato della Grazia del vischio,
    come pelle di Magenta è la tua Voce.
    La gorgiera del tempo si sfarina…
    Nei padiglioni il tuo furore tracima cenere,
    come se la morte fosse altrove…
    dove i dèmoni hanno smarrito l’anima!
    dove gli dei hanno ceduto il corpo!

    antonio sagredo

    Vermicino, 19 marzo 2002
    ————————————————————

    con un gelato di corvi in mano
    a vittorio, a carmelo e a me stesso

    regressione salentina

    Con un gelato di corvi in mano
    torchiavo con le dita il grumo dolciastro di un mosto,
    sul capo mi ronzava una corona di gerani spennacchiati.
    Crollavano lacrime di cartapesta dai balconi-cipolle,
    giù, come vischiosi incensi.

    Squamata da luci antelucane l’ombra asfittica
    piombata come una bara, scantonava
    per la città falsa e cortese su un carro funebre.

    Nella calura la nera lingua colava gelida pece!

    Schioccavano i nastri viola un grecoro di squillanti: EHI! EHI!
    come un applauso spagnolo!

    Ma dai padiglioni tracimava il tuo pus epatico, bavoso…
    risonava un verde rossastro strisciante di ramarro,
    le bende, come banderuole scosse dal favonio, tra quei letti infetti…

    e brillava… l’afa!

    Scampanava al capezzale delle mie Legioni
    quel verbo cristiano e scellerato che in esilio,
    invano, affossò – il Canto!

    Ma noi brindavamo – io, tu e l’attore – con un nero primitivo,
    i calici svuotati come dopo ogni risurrezione,
    perché la morte fosse onorata dal suo delirio!

    antonio sagredo

    Vermicino, 11 marzo – 4 aprile 2008

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *