HUMUS di Francesco Maria Tipaldi

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Attrazione fetale!

Cosa può vedere o pensare un non-nato? E mentre Preme il sangue nel fango fetale quali visioni lo inquietano, quali rumori lo incuriosiscono, proprio quando La terra dà le grida del parto? Francesco Maria Tipaldi, nel suo straordinario volumetto di viaggio-poesie intitolato HUMUS (Casa editrice L’arcolaio, di Gian Franco Fabbri), ha lo sfacciato ardire di svelarci tutto questo! E molto altro ancora… Nel farlo, adotta una sorta di allotropia semantica, in cui, per doppia etimologia, egli – il feto e il narratore esterno, la voce fuori campo e dentro il campo – uterino, pur essendo la medesima persona-non-persona. In ciò, supera agilmente le barriere del non essere shakespeariano, calamitato com’è da quella ineffabile attrazione fetale di cui già si comprendeva il richiamo ne La culla (Edizioni LietoColle, 2006), prima raccolta di liriche del Nostro. Ma qui l’ossessione per dar voce ai senza-voce si fa ancora più ossianica. Di più, oltre alla virulenza, tipica del bardo scozzese, affiora un moderno Sturm und Drang in cui la potenza dei versi parafrasa la drammaturgia. Dove il comico e il tragico parlano la stessa lingua, e si sfottono e si urlano addosso fino allo sfinimento, come fossero maschere di vita e morte di uno stesso, informe corpo di fango che nulla sa veramente di sè, perché nessuno lo ha ancora visto, toccato, riconosciuto. Una vita-non-vita, insomma, che assomiglia molto a quella del Golem d’argilla di Gustav Meyrink, la cui anima è appesa al filo delle ore di vita che gli sono concesse, dopo le quali torna ad essere il non-Essere, la materia grezza, l’embrione, appunto. A tutto questo pensavo mentre leggevo, l’uno dietro l’altro, con avidità, i versi di HUMUS. Ma poi, giunto all’ultima, doppia lirica intitolata Amfumis, ho capito… Ho capito che Francesco Maria, tramite la poesia, stava tentando di comunicare direttamente con Dio: Ammettici a godere della luce del tuo volto, e assieme con la Dea Madre, con il volto di Lei che affiora dal fango del parto. Ancora un’inaudita sfrontatezza dell’autore! Che non solo fa l’autoreferenziale Virgilio di se stesso nel suo viaggio intrauterino, ma che al suo termine anela addirittura a vedere il volto del Creatore! Una sfrontatezza che però, dobbiamo dirlo, fa stretta e dolce rima con la tenerezza del punto esatto in cui decisi di nascere, dove il poeta lascia il compito di essere rappresentato dai versi-vagiti spontanei di un bambino tanto spirituale quanto universale.

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