Miracolo a Sant’Anna di Spike Lee

L’eccidio nazista di 560 italiani inermi

Questo nuovo film del regista afroamericano Spike Lee è tratto dall’omonimo romanzo Miracolo a Sant’Anna (edito in Italia da Rizzoli), scritto da James McBride. Per cui, come nota d’ingresso, è doveroso sottolineare che l’assunto storico di questa pellicola è molto spesso miscelato a una libera interpretazione romanzesca, che per sua stessa natura non ha alcuna intenzione di rappresentare la validità e la veridicità di un saggio, bensì di un’opera letteraria basata solo su alcuni fatti realmente accaduti.

E i fatti storici ci dicono che l’eccidio di Sant’Anna di Stazzema, nel quale vennero massacrati 560 civili inermi, venne effettivamente perpetrato, all’alba del 12 agosto del 1944, da tre reparti tedeschi della 16a Divisione delle SS comandati dal maggiore Walter Reder.

Altro dato certo è che la 92a Divisione Buffalo, costituita interamente da soldati neri americani, nel ’44 fu l’unica Divisione della 5a Armata americana a cui era affidato il compito di contrastare i tedeschi nella vasta area della provincia di Lucca. Oltre a ciò, come detto, la trama filmica intesse una lunga teoria di vicende romanzate collegate tra loro. Tra queste, la più significativa, e ben raccontata, è certamente quella legata ad Angelo (interpretato dal bravissimo Matteo Sciabordi), un bambino italiano, spaurito e innocente, che con grande amore e caparbietà viene messo in salvo e accudito da un soldato della Divisione Buffalo Soldiers, Sam Train (l’ottimo Omar Benson Miller), che il bimbo soprannomina il gigante di cioccolato per la sua imponente stazza fisica e il colore della pelle.

Le sequenze relative ad Angelo e Sam sono le migliori del film, anche perché il bambino è la metafora vivente di un’Italia smarrita e assieme coraggiosa e immaginifica che, grazie al gigante di cioccolato, leggi: l’America, trova protezione e sollievo a fronte delle indicibili atrocità della Seconda Guerra Mondiale, che in casa nostra appaiono tanto più inappropriate per via dell’arte, della cultura e della gente mite che pervadono tutto il lungo territorio del nostro Paese. Un Paese così non è fatto per la guerra. E infatti Sam, percependo tutto questo, porta con se i resti della testa di una statua italiana, che ancora una volta ci rappresenta tutti, stavolta sul piano del nostro retaggio artistico-culturale. Ma oltre a quest’azzeccata e tenera doppia metafora, c’è molta altra carne al fuoco nel film. Anche troppa. Il che, per lunghi tratti, crea un quadro disomogeneo della storia. Perché la discriminazione dei soldati di pelle scura da parte dei bianchi dello Stato Maggiore americano, unita all’emancipazione della giovane paesana Renata (una convincente Valentina Cervi), agli ingenui e teneri miracoli di Angelo, ai dubbi del partigiano Peppi Grotta (uno straordinario Pierfrancesco Favino), con annessa, arbitraria revisione storica del partigiano spia e delatore dei tedeschi, appare un carico davvero eccessivo per una sola pellicola. E anche se è encomiabile lo sforzo di Spike Lee di aver voluto tenere unito un collage visivo e narrativo così complesso, probabilmente sarebbe stato meglio concentrarsi solo su un paio di temi portanti, al fine di sviscerarli a fondo e con più unitarietà di stile.

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