AVATAR di James Cameron

L’evoluzione del linguaggio cinematografico

Nel 1863, con l’esposizione del dipinto “Le d’jeuner sur l’herbe“, Edouard Manet firma l’atto di nascita dell’Impressionismo, decretando l’avvenuto ingresso nell’Arte Moderna, rivoluzionando per sempre il linguaggio pittorico dei suoi pur illustri predecessori. Ora, dopo 147 anni, stessa sorte capita alla settima arte, grazie al regista James Cameron, che con il suo AVATAR fa evolvere il linguaggio dell’Arte Cinematografica verso prospettive di straordinaria modernità. Era comunque nell’aria questa spinta al rinnovamento. Basti pensare al Gollum digitale della trilogia de Il Signore degli anelli di Peter Jackson, alle innovazioni tecniche riversate a fiumi nei film d’animazione della Pixar, alle riprese in Alta Definizione e al ritorno in grande stile del 3D proiettabile su schermo. Tutte precondizioni che Cameron e i suoi valentissimi collaboratori hanno saputo unificare tramite idee e strumenti innovativi, quali la Performance Capture, la Simul-Cam e la Fusion Camera, che rivestono di abiti digitali le riprese dal vivo, consentendo al regista di girare scene convenzionali, catturando sia il movimento che l’espressività degli attori, ma col risultato di modificarne la morfologia praticamente in tempo reale.

Un poderoso bagaglio tecnico, ora a disposizione delle nuove generazioni per far sè che il cinema inizi a percorrere nuove strade linguistiche, nuovi parametri di espressione visuale e un auspicabile aggancio con la magnificenza delle arti visive che l’hanno preceduto. Cameron, insomma, con AVATAR ha scoperchiato il vaso di Pandora della nuova cinematografia. E, guarda caso, è proprio Pandora il nome del pianeta abitato dalla popolazione blu dei Nativi del suo film. Per cui viene da chiedersi se, al contrario di quanto accadde a Epimeteo, le nuove espressioni cinematografiche sapranno far tesoro di “Tutti i Doni” contenuti nel mitico vaso, non disperdendoli a favore dei soli capricci degli dei.

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