LA CARNE TONDA di FRANCO BRANCIAROLI

LA CARNE TONDA
FRANCO BRANCIAROLI

(Aragno Editore – 262 pp. – 20,00 €)

Recensione di Luca Cirillo

Parlare di Franco Branciaroli equivale a parlare di oltre cinquant’anni di grande teatro (e sporadiche ma significative incursioni cinematografiche), interpretato, diretto e vissuto in modo originale, svincolato da scelte di comodo.
Arriva nelle librerie “LA CARNE TONDA” (edizioni Aragno), primo romanzo di Branciaroli e pare proprio di assistere a una sua performance, debordante (oltre 250 pagine che coinvolgono dalla prima all’ultima), viscerale, divertente ma con punte di malinconica decadenza. Descriverne la trama sarebbe riduttivo e banale; “LA CARNE TONDA” è la summa del Branciaroli-pensiero, anche se non si tratta di un’opera autobiografica, messa in scena (anzi su carta) con un vivido linguaggio accostabile a Gadda. Il protagonista, un impiegato in pensione, che rivela un’indole inquieta fatta di ossessioni ed eccessi, è un tormentato personaggio/maschera che, in più passi, rimanda ai sodali Carmelo Bene e, in primis, Giovanni Testori; I generi e gli autori di riferimento si confondono e si miscelano a perfezione: dalla commedia satirica al grottesco disturbante, da Nabokov, Rabelais e Roth immersi in una Milano per nulla patinata e non più “da bere” (anche se di alcol ne scorre parecchio), fino all’erotismo carnale di brassiana memoria. E proprio a Tinto Brass è legata gran parte della carriera cinematografica di Branciaroli, autentico feticcio del Maestro veneziano dell’eros che lo ha voluto in ruoli indimenticabili in alcune delle sue opere più riuscite e celebrate (“La Chiave”, “Miranda”, “Così fan tutte”, “L’uomo che guarda” e “Senso 45”). Su tutta l’opera, sanguigna e godereccia, troviamo sempre minaccioso lo spettro inquieto della vecchiaia. Un plauso a Franco Branciaroli, e alla Aragno, per aver regalato ai lettori un dissacrante diario di (de)formazione sulla terza età, un pugno nello stomaco delle perversioni umane, un necessario schiaffo teatrale. Ma anche, e soprattutto, un’inaspettata ode alla vita, quella generata dalla maternità (da qui il titolo)…”prima che la corta candela si spenga e che definitivamente il brutto diventi bello e il bello ci sembri brutto”.

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